Italo Cavalli, diacono in Turchia

Come la missionarietà è entrata nella mia vita
Sono cresciuto in una famiglia dove la missionarietà era protagonista della nostra vita quotidiana; mio padre era originario dello stesso paese e compagno di scuola di padre Dagnino. Quando il padre partì missionario per la Cina io ne rimasi molto affascinato ed ogni giorno pregavo per lui con un desiderio dentro, di poterlo un giorno seguire. Quando arrivavano le sue lettere dalla Cina le leggevo tutte d’un fiato e sempre di più, dentro di me, si accendeva quel desiderio.


Un matrimonio…missionario

Quando Mariuccia ed io ci sposammo, nei nostri progetti c'era quello di partire in missione, ma le vicende della vita ci impedirono di realizzare subito il nostro sogno. La nostra casa, però, era aperta al mondo, desideravamo che fosse una piccola Betania: ospitavamo laici che partivano per le missioni, missionari che tornavano da terre lontane e si fermavano da noi, raccoglievamo aiuti per le missioni nelle varie parti del mondo; in noi si alimentava sempre di più il nostro sogno…


"Voi dunque, partirete con gioia"
Quando ormai molto tempo era passato, e noi due eravamo avanti con gli anni, mentre ci trovavamo in preghiera, la Parola di Dio aprì un orizzonte meraviglioso davanti a noi e ripetutamente risuonò nel nostro cuore questa parola: "Voi, dunque, partirete con gioia". Il Signore mi metteva alla prova ed io Lo volli …sfidare a mia volta. Fu così che in una settimana lasciai ogni mia occupazione e dopo poco tempo fui pronto a partire per il Brasile. Per motivi burocratici dovetti ritornare in Italia e casualmente incontrai padre Ruggero Franceschini che mi invitò a preparare la sua ordinazione episcopale in Turchia. Là, Mariuccia ed io potemmo constatare quanto bisogno c’era di missionari.


Il mio primo Natale in Turchia

Era il quindici di dicembre; monsignore era in Turchia ed io in Italia, per organizzare una mostra missionaria a favore della Turchia. Ricevetti una sua telefonata in cui mi diceva che era ammalato e non sapeva come preparare il suo primo Natale come vescovo dell’Anatolia. Mariuccia mi disse: "Parti subito! Penserò io con alcuni volontari, a portare avanti la mostra."L’indomani, al mattino, partii per la Turchia felice, ma lasciando la famiglia, i miei impegni, la mia parrocchia, i miei amici, proprio nel giorno in cui iniziava la novena!

Arrivato ad Adana mi trovai a disagio e spaesato
perché Mersin distava 70 chilometri, non conoscevo una parola di turco, avevo perduto i mezzi di trasporto, ma col mio dialetto parmigiano, che mi sembrò più comprensibile della lingua italiana, riuscii a comunicare le mie necessità alla polizia dell’aeroporto, che miracolosamente comprese e mi mise nelle mani di un tale, diretto a Mersin, che viaggiava su un camioncino il cui motore tossiva minaccioso ad ogni curva. Il mio terrore era di non arrivare a destinazione. Sempre in parmigiano (così vicino al francese), con sorrisi e gesti, conversammo per tutta la strada: seppi che era sposato, aveva tre figli, ed era musulmano. Mustafà fu il mio primo amico. In seguito, per incontrarmi, veniva alle nostre celebrazioni con la moglie e i bambini, pur rimanendo musulmano.

Giunto a Mersin (dove il 5 maggio 1996 Italo fu ordinato diacono permanente dal Vescovo Franceschini - ndr), monsignore, che era ammalato, mi accolse con gioia e sollievo e subito mi sentii a casa.
Il giorno dopo occorreva preparare il presepio, la novena (qui ero espertissimo, ed esportai immediatamente lo stile dello Spirito Santo), la celebrazione del Natale. Non avevo portato con me oggetti personali, ma le valigie erano stracolme di stelle, di fili luccicanti, di lampadine colorate; mi ero portato perfino la natività con tutti i personaggi, compresi i Re Magi, pecore e pastori, il muschio, la "carta-roccia"… Mi sentivo così felice! Doveva sentirsi così anche San Francesco a Greccio.

Alla vigilia lavorai fino a tarda sera. La cattedrale era splendida. Dopo aver spartito con monsignore due uova al tegamino, andai a letto stanchissimo e un po’ affamato.

Al mattino presto aprii la mia finestra e vidi con delusione la gente che andava a lavorare, i bambini a scuola… tutto aveva l’aria di un giorno qualunque
.

Scesi nella cattedrale deserta, mi sentivo addolorato. Ma quale fu la mia sorpresa quando cominciarono ad entrare intere famiglie con i loro piccoli, i giovani… Seppi poi che questi cristiani avevano dovuto chiedere un giorno di permesso ed i bambini avevano portato a scuola la giustificazione per l’assenza. Erano così tanti che non mi furono sufficienti i piccoli Gesù bambino che avevo portato in dono. Mentre cantavamo osservavo il volto sereno e gioioso di questi fedeli che malgrado l’ostilità, avevano mantenuto vivo il desiderio di celebrare il Natale.

Durante il modesto pranzo natalizio, potei comunicare a Mariuccia la mia gioia e lei mi confidò di essere santamente gelosa di non poter essere con me a vivere questa esperienza. Ma non sempre la chiesa era gremita: ricordo che il primo dell’anno ci recammo a Tarso (nella chiesa di San Paolo, adibita a legnaia). Dopo ripetuti tentativi, dal mattino alle nove alle quattro e mezza del pomeriggio, riuscii a ottenere il permesso per celebrare. Spostai le fascine e scaricai dall’auto un tavolino e tutto l’occorrente per la celebrazione. Officiammo a lume di candela, lasciando aperta la porta: fuori pioveva e tirava un forte vento. Fu così che passarono due turisti, ci videro e ci immortalarono in una fotografia che teniamo come ricordo in archivio.
Subito dopo visitammo l’intera diocesi (grande due volte l’Italia) arrivammo sul mar Nero: scoprimmo che vi erano chiese rimaste chiuse per venticinque anni. Nostro sogno e proposito, fu di riaprirle al più presto. Da dodici anni ormai la Turchia è la mia terra di missione.


Missione a Samsun e a Trabson
Tra le chiese che visitammo, due ci rimasero nel cuore: Samsun e Trabson, l’odierna Trebisonda. Decidemmo di aprire subito quella di Samsun e insieme con il Vescovo ed alcuni volontari cominciammo i lavori di ristrutturazione e di pulizia, perché per venticinque anni l’edificio era rimasto chiuso. Trovammo di tutto: vi avevano nidificato perfino gli uccelli! Terminata la nostra opera di riordino, rimettemmo Maria al suo posto: a lei, Mater dolorosa, era dedicata la chiesa.

L’ultima cristiana rimasta, era un’anziana maestra che per venticinque anni, ogni mattina si inginocchiava davanti al cancello chiuso pregando Maria che le concedesse la grazia di veder riaperta la sua chiesa.
Dopo pochi mesi madame Mary, visto coronato il suo sogno, poté tornare serenamente tra le braccia del Padre. Il giorno della Presentazione, celebrammo la Prima Messa e Gesù rimase nel Tabernacolo, presenza viva in questa città. Un giorno, una donna di religione islamica, venne da noi a chiedere una grazia per la sua famiglia, ed ottenutala, ne portò la notizia ai vicini ed alle amiche… e fu così che arrivarono persone, in parte incuriosite ed in parte desiderose di conoscere la nostra realtà.

La comunità cominciò a poco a poco a formarsi. Erano cristiani che erano vissuti nel nascondimento da quando i padri cappuccini se n’erano andati.

Arrivò da Strasburgo un sacerdote “Fidei donum” che conosceva la lingua turca e poté dar vigore alla comunità che stava nascendo. Molte cose sono accadute durante la mia permanenza a Samsun, ma la Sua Presenza mi ha sempre aiutato a superare le difficoltà.
Padre Pierre si mise subito al lavoro. Cominciai a fargli conoscere tutte quelle persone che nella mia permanenza avevo cercato di incontrare, raccontando loro la nostra vita cristiana, invitandoli alle nostre celebrazioni.
Una mattina squillò il telefono: era il Vescovo che si informava di come procedeva la comunità. Padre Pierre, entusiasta, riferì che tutto andava nel migliore dei modi. Così il Vescovo mi pregò di recarmi a Trabson per ripetere l’esperienza di Samsun. Nevicava, quella mattina; presi con me Niko, il mio collaboratore, e percorremmo i quattrocento chilometri che ci separavano da Trabson. Ci rendemmo subito conto dei tanti lavori da sbrigare nel convento e nella chiesa, per renderla nuovamente accogliente a chi desiderasse visitarla.


Un'esperienza di ecumenismo

Ricordo che scelsi di recarmi al mercato russo a fare acquisti, per aiutare quei poveri ambulanti e lì mi si avvicinò un prete ortodosso che mi confidò la sua solitudine, le sue difficoltà. Divideva la stanza con otto persone: al mattino lasciava uscire tutti per essere libero di pregare e celebrare la messa. Di slancio lo invitai a venire da noi: accettò con gioia e dal giorno successivo celebrammo insieme, divenendo amici. Grazie a lui, per quel periodo, potemmo avere il Signore nell’Eucarestia.

Quando fu costretto a ritornare in Russia, io dovevo percorrere mille chilometri per andare al centro della Diocesi e prendere con me il Pane consacrato.

Don Andrea Santoro, martireDopo tanta sofferenza e preghiera, il Signore ci fece dono di un giovane sacerdote che veniva dalla Germania per una breve esperienza missionaria. Il Vescovo non gli concesse di prolungare la suapermanenza. Fu in quel momento che monsignor Franceschini pensò a don Andrea Santoro, il sacerdote di Roma che la diocesi aveva donato alla Turchia in occasione dell’Anno Santo. La piccola Comunità fu entusiasta di questo sacerdote: fu subito chiaro che si trattava di un uomo di Dio.

In adorazione per ore
, in dialogo continuo col Signore: Parola e Pane erano il "tutto" della sua vita. Aveva il dono di attirare i giovani, ed aveva un’attenzione speciale per i poveri. Era pronto a togliersi il cappotto per donarlo a qualcuno che aveva incontrato lungo la strada… Era amato e stimato da tutti. Forse per questo dava fastidio. La sua ultima domenica Don Andrea, mentre era in preghiera, in attesa dei suoi fedeli e dei musulmani che desiderava incontrare per un dialogo sereno e pacifico, fu colpito a morte. Sono certo che ora ci aiuta dal cielo, e mi dà gioia sapere che il sangue dei martiri è seme di una messe feconda.

Per contattare il diacono Italo Cavalli, clicca sulla piccola busta qui a lato. Scrivimi


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