Ilaria Mazzoli

Vibra il cellulare… “Ciao! Va bene se ci vediamo oggi per l’intervista del sito? Mi trovi in cappella oppure preferisci venire a casa? Fammi sapere... ciao. IlaMaz”.

Comincia così, nel dicembre 2005, l'incontro con Ilaria... La raggiungo a casa, in via Giovanni XXIII, dove vive con le sorelle della Giovanna, in uno dei suoi pomeriggi divisi tra il lavoro scolastico e gli incontri con le persone. Ci sistemiamo in sala: un posto tranquillo per fare due chiacchiere.
Ma cominciamo dall'inizio:


Ilaria ci racconti con poche parole ... i tuoi primi vent'anni?

Intanto… quando uno può raccontare i suoi primi vent’anni, vuol dire che hai quasi il doppio. Quindi, se volevi far sapere che ho… 36 anni (nel 2005 - ndr), ci sei riuscito!
Provengo da una famiglia normale… mamma, papà e mia sorella (che oggi è sposata e mi ha regalato 3 fantastici nipoti: Letizia e i gemelli Pietro e Francesco).
Abbiamo viaggiato molto, a motivo del lavoro del papà, e quindi ho frequentato le scuole in tante città diverse. Siamo tornati a vivere a Parma nel 1983. Ho frequentato il Liceo Classico, mi sono laureata in Lettere Moderne e oggi insegno… un lavoro che mi piace tantissimo e che non mi annoia mai!


E poi, cos’è successo?

Allora, devo dire che “quello che è successo”… è successo prima dei vent’anni. Torniamo a quel 1983.
Ci siamo trasferiti a Parma durante l’estate e per un anno abbiamo vissuto nella zona di barriera Bixio. Solo l’anno dopo, nel 1984, siamo entrati nella nuova casa, nel “quartiere nuovo” di via Montebello.

L’estate seguente, nell’agosto del 1985, ho partecipato al “campo” estivo con i ragazzi della parrocchia dello Spirito Santo. Se fosse oggi, direi che ho vissuto la prima esperienza di Ramiseto. Allora… si andava a Neviano de’ Rossi. Quell’anno il tema era la messa… con la proposta esplicita della messa quotidiana.

Per me è stata un’esperienza forte; prima di tutto non ero assolutamente abituata ad un certo tipo di discorsi e poi… c’erano delle persone, delle “ragazze” (vent'anni fa lo erano davvero!) che mi avevano colpito subito per il loro sorriso, per la loro gioia contagiosa.

L’ultimo giorno, prima di scendere – me la ricordo ancora la data, era il 9 di agosto – una di loro racconta la propria esperienza di vita comunitaria. Io non sapevo ancora che era la Giovanna… ma so che ascoltandola mi ha attraversato la mente questo pensiero: “Gesù, per favore, no! Va bene tutto, ma questo… no!”. Ed è stato un "no" che è durato lo spazio di un’estate. Avevo il grande desiderio di sposarmi e di formare una famiglia numerosa. Alla vita consacrata non avevo proprio mai pensato!

Con la ripresa delle attività parrocchiali, a settembre, avevo già cambiato idea. Se quelle persone erano felici, anch’io volevo essere felice; se essere felici voleva dire dare completamente la propria vita a Dio… volevo anch’io la stessa cosa.
Così ho approfondito il “discorso”, mi sono lasciata guidare e 4 anni dopo, il 25 marzo del 1989 – era la notte di Pasqua – ho detto il mio sì a Gesù. Tre mesi dopo, il 6 giugno, ho iniziato l’esperienza della vita comunitaria.
E… sono ancora qui. Ma molto più contenta di prima! La grazia della fedeltà viene solo da Gesù: è questo che mi rende immensamente felice.


Nella tua storia cosa o chi ti ha più aiutato a capire il disegno di Dio per la tua vita?


Cosa e chi? Partiamo dal “chi”… cioè dalle persone. Intanto devo dire che provengo da una famiglia di fede… per cui la realtà della consacrazione a Dio non è mai stata estranea ai nostri discorsi “casalinghi”.

E poi penso a don Bruno, che è il mio padre spirituale dal 1985. E in questi vent'anni… mai, mai che mi abbia parlato o proposto altro che non fosse Dio.
Da lui ho imparato, e imparo ancora oggi, l’amore per Gesù e la donazione alle anime.

Poi… Giovanna , che oggi è in Paradiso. Mi ha sempre amato come una madre. È vedendo lei e nel rapporto di unità con lei che ho cominciato ad intuire che la sua strada poteva essere anche la mia.

E infine… Susanna, che oggi è la responsabile della nostra Comunità. Ho sempre avuto con lei, fin dagli anni dell’adolescenza quando ero semplicemente una delle ragazze del suo gruppo di catechismo, una sintonia speciale… sia umana sia spirituale.

Se devo aggiungere anche “cosa”… direi senz’altro la Messa quotidiana, la preghiera, la meditazione… che hanno cominciato a far parte delle mie giornate fin da quando avevo 16 anni. È nel rapporto personale con Lui che Gesù può prendersi il tempo di parlarti e dirti – con forza e con dolcezza esigente – ciò che ha pensato per la felicità della tua vita.


Sul tuo cammino hai incontrato degli ostacoli, che però non ti hanno mai fermato: cosa ti ha dato la forza di non arrenderti, anzi, di andare avanti con gioia anche nelle difficoltà?

A dire il vero… non so se proprio ho vissuto i momenti di difficoltà... con gioia. È un traguardo molto difficile. Diciamo piuttosto che… nelle difficoltà e nelle sofferenze ho cercato e cerco (il più delle volte senza riuscirci!) di guardare solo al volto di Gesù. Ad esempio… nei quattro anni di malattia di Giovanna , ho “imparato” da lei ad amare Gesù con qualsiasi volto si presenti.
Le sue ultime parole… “Va bene…”, pronunciate con un filo di voce… espressione del suo desiderio di amare Gesù nella vita e nella morte… sono state per me con un testamento.

Oggi… cerco, nonostante la mia incapacità e la mia debolezza, di dire a Gesù il mio “Va bene…” di fronte anche alle contraddizioni o ai dolori che mi trovo a vivere. Ma è un cammino lungo… Non ci si abitua mai al dolore…


Se dovessi far capire ad un navigatore di internet che legge questa pagina e non sa nulla della associazione di cui fai parte (la "Piccola Comunità Apostolica" o PCA), come ne spiegheresti il carisma specifico? Qual è il cuore della vostra spiritualità?

Potrei usare due immagini... La prima: la PCA è una famiglia. Sì... È la famiglia di un sacerdote-pastore che avverte in cuore il desiderio di vivere il comandamento nuovo con fratelli e sorelle che hanno i suoi stessi sentimenti che sono, poi, gli stessi sentimenti di Gesù: "Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato". Nel Vangelo si dice che chiamo gli apostoli perché "stessero con Lui". Così la PCA: vuole stare con Gesù e vivere autentici rapporti di famiglia umana e spirituale con un sacerdote che desideri la medesima reciprocità. Non è una questione di "fare" ma di "essere"... Riesco a spiegarmi?

La seconda immagine nasce da un'espressione di Giovanna: la PCA è una mamma. Mamma di chiunque desideri vivere l'amore di Gesù, mamma che intesse relazioni personali, mamma che accompagna e ama nel silenzio... di nascosto. Dove? Ovunque ci sia un sacerdote-pastore di anime che la generi e la custodisca.

In due parole: la nostra vita… donata a Dio per l’unità con il sacerdote pastore e fra noi. È "farsi vuoto" per "fare casa... essere casa"... sempre e comunque. Con tutti e dappertutto. Può bastare?


Dai frutti si riconosce l'albero: quali frutti nascono dalla PCA?

A noi spetta seminare… ai frutti ci pensa Gesù. Ma se la PCA fosse stata pensata da Lui solo per la mia felicità, la mia santità e la mia gioia… penso che avrebbe già raggiunto il suo scopo!


Sei in questa Comunità da oltre 15 anni: se potessi tornare indietro cosa cambieresti della tua storia?

Non credo che farei dei cambiamenti. Ciò che è stato… era nella volontà di Dio e non mi appartiene più. Ciò che sarà… non posso saperlo. Mi resta solo il presente, questo attimo presente, per amare Gesù e farlo amare… E vorrei amarlo spendendo la mia vita per il comandamento nuovo…


Pensando alle tante realtà ecclesiali che conosci, quale "invidi" di più? E perché?

Non provo generalmente “invidia” per le altre realtà che conosco. Mi piace però la radicalità con la quale le persone vivono la propria vocazione.
Quando incontro una persona innamorata della propria comunità, della volontà che Dio ha pensato per lei… subito mi viene questo pensiero: “Gesù anch’io… niente di meno!”. Perché penso che nella PCA Gesù mi abbia dato tutta la grazia e tutte le grazie per la mia santità… Sta a me fare in modo che le Sue attese non restino deluse…


Ai giovani che cercano di capire la volontà di Dio e ti chiedono consiglio, tu cosa suggerisci?

Questa è una domanda molto delicata… ma cercherò di risponderti. Ogni volta che parlo con una persona, prima di iniziare il colloquio mi affido a Gesù… perché sia Lui ad ascoltare e a parlare. Chiedo poi una particolare presenza di Giovanna, perché mi aiuti ad essere madre delle anime che mi sono affidate.
E poi… cosa dico? Sempre le stesse tre cose:

  • per capire cosa Dio ci sta chiedendo bisogna mettersi davanti a Lui con sincerità. La Messa quotidiana è un buon punto di partenza per mettersi in ascolto, insieme alla preghiera e alla meditazione… un pochino tutti i giorni. Senza scoraggiarsi se non capiamo o non sentiamo nulla: Dio parla quando ha confidenza con un’anima. Per questo dobbiamo creargli le condizioni favorevoli per parlare… senza lasciarci frenare dalla paura di capire!
  • Seconda cosa: una sana e decisa direzione spirituale. Qui… va bene qualsiasi sacerdote... ad una condizione: che sia uomo di Dio. Che sia uomo di preghiera autentica... gioiosamente convinto della sua donazione a Dio. E... non nascondergli nulla, anche quando il cammino si fa faticoso ed esigente. E fidarsi di lui, senza farci degli sconti, perché è Gesù a parlare attraverso la sua voce e la sua paternità.
  • Ultima cosa… guardarsi attorno. Spesso, la vocazione alla quale siamo chiamati è quella che Gesù ci mette davanti agli occhi… quella nella quale siamo immersi, alla quale non badiamo e che forse diamo per scontata (“In fondo… ci sono già loro che la vivono… cosa c’entro io?”). Un po' come succede al pesciolino che cercava l’oceano e non si rendeva conto di essere già immerso nell’oceano! Invece dobbiamo interrogarci: perché Gesù mi hai messo qui? Perché mi metti davanti agli occhi queste persone con le quali vivere un rapporto speciale? Perché comincio a sentire certi desideri? Perché la tua voce non mi è più così indifferente come prima? Dalla risposta a queste domande dipende tutta la nostra felicità… perché rimandarla? Quando si avverte che che Gesù ci sta chiamando... non si può aspettare troppo.

Qual è la cosa che ti fa più felice?

Gesù… prima di tutto. E poi… l’unità spicciola, concreta, sempre ricercata nonostante le debolezze umane. È un lungo lavoro di rifinitura quello che Gesù sta compiendo anche su di me… ma lo ringrazio perché mi dà punti di riferimento grazie ai quali la mia anima può conoscere la sua volontà istante per istante!

La nostra chiacchierata è arrivata al termine. Saluto Ilaria, la ringrazio e le auguro frutti sempre più copiosi.

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